
Per andare alle origini di questo termine, bisogna tornare indietro di mezzo secolo e fare riferimento alle teorie di Nicholas Georgescu-Roegen: l'economista rumeno sostenne l'importanza di inglobare nella scienza economica i principi della fisica, a partire dal secondo principio della termodinamica.
Egli riteneva quindi che ogni processo di produzione di merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la futura possibilità di produrre altri materiali.
Dalla sua intuizione è nato un filone di attività produttive che puntano a utilizzare le risorse naturali in modo sostenibile e che è stato fatto proprio anche dai decisori pubblici. La Commissione europea, ad esempio, parla della bioeconomia definendola come “un'economia basata sull'uso sostenibile di risorse naturali rinnovabili e sulla trasformazione in beni e servizi finali o intermedi".
Nella bioeconomia possono quindi confluire sia settori tradizionali (agricoltura, selvicoltura, pesca) ma anche settori innovativi come biotecnologie e bioenergie.
Tutti insieme, secondo un'analisi di Clever Consult, totalizzano già oggi in Europa un giro d'affari di 2mila miliardi di euro e oltre 21 milioni di occupati.
È ormai convinzione diffusa che la bioeconomia, grazie al suo potenziale innovativo, possa essere una risposta alle sfide globali in materia di riduzione dell'impatto ambientale delle attività umane, lotta ai cambiamenti climatici, contrasto alla fame nel mondo.
condividi su